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Conosciuta anche come Malattia del sonno.
E' una malattia presente in Africa tra il
15° parallelo nord e il 20° parallelo sud.
I protozoi (tripanosomi), responsabili della malattia, vengono trasmessi
all'uomo mediante la puntura della mosca tse-tse, un grosso insetto
grigio-marrone che punge di giorno.
I tripanosomi africani che interessano la patologia umana sono Trypanosoma
brucei gambiense e T. brucei rhodesiense, presenti
rispettivamente in zone umide dell'Africa centro-occidentale ed in savane
delle regioni africane sud-orientali.
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La
prima sottospecie ha un arenale di distribuzione vasto ed è
l'agente eziologico della classica "malattia del sonno",
tripanosomosi dell'uomo il cui decorso è caratterizzato dal
coinvolgimento del sistema nervoso centrale. Si stima che siano
esposte al rischio di infezione circa 50 milioni di persone, con
focolai epidemici che interessano molte migliaia di individui
(sembra attendibile il dato di circa 20.000 nuovi casi all'anno) e
determinano consistenti flussi migratori dalle zone parassitate.
Da vettori fungono Glossina palpalis e G. tachinoides,
ditteri ematofagi ben noti come mosche tse-tse, che si nutrono
soprattutto sull'uomo (talora sul maiale). |
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Mosca Tse-Tse |
T. brucei rhodesiense, invece,
è responsabile di una zoonosi che colpisce di solito ruminanti
selvatici e domestici (costituendo fonte di seri problemi negli
allevamenti decimati dal "nagana") in quanto è trasmessa
da mosche zoofile che attaccano l'uomo in via eccezionale: G.
morsitans e G. pallidipes.
Sono esposte all'infezione persone che lavorano nelle riserve di
caccia, raccoglitori di miele, cacciatori e turisti (ogni anno si
registrano 1000-2000 casi), ma, per lo scarso adattamento all'ospite
uomo, il parassita manifesta verso di lui una notevole virulenza e
molto spesso dà luogo a sindromi solo per pochi aspetti simili alla
malattia del sonno, caratterizzate da un'evoluzione più rapida e
grave, che, se non trattate con tempestività, hanno esito letale. |
Ciclo Biologico
Quando la glossina infetta punge l'uomo,
inocula i tripomastigoti metaciclici presenti nelle sue ghiandole salivari.
Nel sangue essi diventano tripomastigoti in forma "snella",
esocellulari, caratterizzati da un'incessante attività di riproduzione (per
scissione longitudinale) e di trasformazione della propria struttura
antigenica di superficie. Ciò consente ad una buona quota di parassiti
ematici di far fronte alle difese immunitarie di volta in volta attivate
dall'organismo.
La
parassitemia, quindi, alterna momenti in cui si presenta elevata ad
altri in cui risulta bassa. Più tardi compaiono le forme di
resistenza denominate "tozze", le sole infettanti per le
mosche.
I tripomastigoti si trovano dunque nel sangue (e nella linfa);
successivamente (ma talvolta, invece, già in fase precoce) invadono
il sistema nervoso centrale. Sembra che siano in grado di
moltiplicarsi anche nella matrice interstiziale del plesso coroideo
che concorre a costituire la barriera emato-encefalica. Di lì
possono passare nel liquor o tornare nel sangue.
Quando la glossina punge il soggetto infetto, assume col sangue i
tripomastigoti, che nel proventricolo dell'insetto si riproducono
per scissione longitudinale. E' possibile che nel vettore si
verifichi anche un processo sessuato di riproduzione. |
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| Nell'infezione da Trypnosoma
brucei gambiense la lesione di maggior rilievo è
rappresentata da una meningoencefalite, caratterizzata da
estesi infiltrati perivascolari di cellule rotonde. Nel
tessuto cerebrale infiltrato sono presenti, ed
irregolarmente distribuite, grosse cellule eosinofile
mononucleate, note come cellule "a morula" di Mott
(vedi freccia). |
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| I
tripomastigoti raggiungono le ghiandole salivari e si trasformano in
epimastigoti, che danno origine, in circa 3 settimane, a
numerosissimi tripomastigoti metaciclici. Questi ultimi, al momento
della puntura della mosca (sia il maschio che la femmina sono
ematofagi), vengono rigurgitati ed inoculati, provocando una nuova
infezione. |
Profilassi
La profilassi si fonda sulla lotta alle glossine (distruzione degli habitat
per la riproduzione, uso di insetticidi e di trappole, rilascio di maschi
sterili), sull'uso di repellenti, sul trattamento dei soggetti parassitati
(fonti di infezione per i vettori) e sul controllo dei maiali (potenziali
serbatoi di T. b. gambiense).
Benché i rischi per il viaggiatore internazionale siano
relativamente bassi, è comunque bene prendere tutte le precauzioni
contro le punture della mosca tse-tse.
E' da ricordare che tale insetto è
attratto da oggetti in movimento e da colori scuri contrastanti, e che
riesce a pungere anche attraverso vestiario leggero: è consigliato pertanto
l'uso di vestiario fatto di materiale resistente, di colore che si mimetizza
con l'ambiente e che copra il più possibile gli arti; è altresì
consigliato l'uso di insetticidi.
Proteggersi da T. b. rhodesiense è molto più difficile, dato che le
fonti di contagio sono rappresentate da animali sia selvatici che domestici
(bovini, ovini): non resta, quindi, che proteggersi meccanicamente dalle
punture.
Azione patogena e
manifestazioni cliniche
T. b. gambiense provoca spesso la formazione di un nodulo (o chancre)
nel punto di inoculazione; poi invade linfoghiandole, fegato e milza (fase
emolinfatica). La sintomatologia è caratterizzata da febbre intermittente,
cefalea, malessere, anoressia, spleno-ed epatomegalia (dovute ad una
cospicua proliferazione di linfociti B e di mono-istiociti, seguita da un
processo di tipo fibrotico). I linfonodi non sono dolenti ma appaiono
ingrossati (in particolare quelli postero-cervicali). Eruzioni
papulo-eritematose compaiono su tronco e arti, ma scompaiono dopo poche ore.
Le indagini di laboratorio rilevano un marcato aumento delle IgM sieriche,
reperibili, nello stadio successivo, anche nel liquor.
La fase di invasione del sistema nervoso subentra per lo più dopo un
intervallo variabile da 3 mesi a diversi anni. Regrediscono tutti i sintomi
descritti e resta solo una febbre irregolare, accompagnata da insonnia,
scarsa capacità di concentrazione, irritabilità. L'infiltrazione di
tripomastigoti nel connettivo perivascolare e negli spazi intercellulari
determina accumulo di prodotti metabolici tossici e di sostanze derivate dal
disfacimento dei parassiti, lisati dai linfociti. Anche i massivi infiltrati
linfocitari che interessano le meningi ed estese aree encefaliche e la
successiva formazione di autoanticorpi (anti-neurone ed anti-mielina)
sarebbero alla base delle lesioni meningoencefaliche proprie della malattia.
In questa fase i tripanosomi compaiono nel liquor limpido, assieme alle
tipiche cellule di Mott (plasmacellule dilatate da grandi inclusioni
proteiche). Fenomeni di demielinizzazione, con distruzione delle fibre
nervose e conseguente degenerazione dei neuroni, si rilevano sia a livello
dell'encefalo che dei nervi periferici. Si riscontrano ancora linfo e
monocitosi, nonché aumento delle IgM, che è patognominico se queste
superano il 10% del totale. Le turbe neuropsichiche divengono
progressivamente più marcate (modificazioni del carattere, umore instabile,
disturbi della sensibilità e motori, insicurezza, apatia, dislessia,
confusione, sonnolenza) e portano talora il paziente al suicidio, oppure,
lentamente, sfociano in uno stato di coma profondo e nell'exitus.
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| Malattia del sonno: torpore
progressivo, sonnolenza ed ipersonnia soprattutto diurni. E'
il tipico quadro clinico dello stadio evoluto del danno
cerebrale nell'infezione da Trypanosoma brucei gambiense.
La bambina ghanese ripresa nella foto presentava una marcata
sonnolenza diurna, ma, diversamente da altri casi, non
mostrava un significativo scadimento delle condizioni
generali. |
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Alla luce
di recenti osservazioni, sembrerebbe più esatto parlare di malattia
dei ritmi circadiani piuttosto che di malattia del sonno: sono state
infatti evidenziate turbe dell'organizzazione del ciclo veglia-sonno
(sonnolenza diurna ed agitazione notturna), forse dovute al fatto
che il parassita raggiunge il nucleo soprachiasmatico, sede
dell'orologio circadiano interno.
L'infezione da T. b. rhodesiense ha un decorso nettamente
più rapido, a volte anche fulminante. I primi stadi della malattia
sono simili a quelli dell'infezione da T. b. gambiense, ma
hanno tempi più brevi e sono caratterizzati dalla comparsa di un
alto numero di tripomastigoti nel sangue.
L'interessamento dei linfonodi è meno evidente, gli attacchi
febbrili sono più frequenti e più spesso si instaura una
miocardite severa, con danno miocardico |
riferibile
principalmente a fenomeni emorragici e a dense infiltrazioni di
mononucleati. Si rilevano anche cospicui versamenti nelle cavità
sierose. Le lesioni infiltrative cerebrali risultano, invece, di
minore gravità. La tempestività della diagnosi e la pronta
attuazione di un'adeguata terapia sono della massima importanza, ma
la prognosi resta comunque molto severa.
Entrambi i parassiti esplicano un effetto immunodepressivo in quanto
evocano la produzione di enormi quantità di IgM, per la massima
parte però incapaci di reagire in maniera specifica contro gli
antigeni che ne hanno indotto la produzione. |
Diagnosi
differenziale
La malattia del sonno va sospettata in soggetti provenienti da zone
endemiche e va differenziata da varie altre affezioni
linfoadeno-splenomegaliche febbrili (soprattutto malaria, tubercolosi,
linfomi e mononucleosi infettiva), dalla neurolue e dalle meningoencefaliti
virali.
Terapia
I farmaci utilizzati nel trattamento della tripanosomiasi africana sono la
pentamidina, la suramina ed il melarsoprol. La terapia, comunque, differisce
a seconda dello stadio della malattia, in rapporto alla capacità o meno di
questi farmaci di attraversare la barriera emato-encefalica.
La pentamidina non attraversa la barriera e viene perciò impiegata
esclusivamente nella fase emolinfatica. Inoltree, molti ceppi di T. b.
rhodesiense sono resistenti ad essa, per cui andrebbe usata solo nelle
infezioni da T. b. gambiense. La dose consigliata è di 4 mg/Kg per
via intramuscolare, da ripetere giornalmente o a giorni alterni per 7-10
volte.
La suramina attraversa la barriera emato-encefalica in modesta quantità,
per cui è anch'essa elettivamente indicata nel trattamento dello stadio
emolinfatico (ed in questo impiego, anzi, è considerata farmaco di prima
scelta), ma alcuni autori suggeriscono di utilizzarla anche nella fase
neurologica, prima della terapia con melarsoprol, ritenendo che possa
prevenire o attenuare l'encefalopatia reattiva che quest'ultimo farmaco può
provocare. La suramina si somministra, in soluzione acquosa al 10%, per via
endovenosa lenta, secondo il seguente schema posologico:
- 5 mg/Kg il 1° giorno
- 10 mg/Kg il 3° giorno
- 20 mg/Kg il 5°-11°-17°-23° e 29°
giorno.
Se il suo impiego precede l'uso del
melarsoprol, in genere ci si limita a tre somministrazioni, che per dosi e
tempi ricalcano le prime tre già menzionate.
Il melarsoprol, derivato dell'arsenico trivalente, supera ottimamente la
barriera emato-encefalica e pertanto viene utilizzato come farmaco
d'elezione nel trattamento degli stadi avanzati della malattia, quando cioè
si è già instaurato l'interessamento del sistema nervoso centrale.
Anch'esso viene somministrato per via endovenosa lenta, ma gli schemi
terapeutici attualmente in uso sono molti. Ciascuno di essi comporta 3 o 4
serie di iniezioni quotidiane, separate da periodi di pausa di 7-10 giorni.
Le dosi variano in relazione alla specie di tripanosoma ed all'area
geografica. Così, ad esempio, in Costa d'Avorio, per l'infezione da T.
b. gambiense, dopo 2 iniezioni intramuscolari di 4 mg/Kg di pentamidina
(al 1° e 2° giorno di trattamento) si prosegue la terapia con 3 cicli di
melarsoprol distanziati di 10 giorni l'uno dall'altro e della durata di 3
giorni il primo e di 4 giorni i restanti due. In questo protocollo i dosaggi
del farmaco (1,2 mg/Kg; 2,4 mg/Kg; 3,6 mg/Kg rispettivamente al 1°, 2° e
3/4° giorno) si ripetono ad ogni ciclo. Per l'infezione da T. b.
rhodesiense, invece, sia in Kenya/Zambia che in Uganda/Tanzania, dopo 3
iniezioni di suramina (2 in Uganda/Tanzania) si passa a cicli di 3 giorni di
trattamento con melarsoprol alternati ad una settimana di sospensione della
terapia. In questo caso si preferisce usare dosi progressivamente ma più
lentamente crescenti, partendo da 0,36 (o da 1,80) mg/Kg e raggiungendo la
dose massima di 3,6 mg/Kg al 27° (o al 23°) giorno di trattamento e
proseguendo con la stessa posologia fino al 36° (o al 25°) giorno.
Il trattamento con melarsoprol, preceduto o meno dalla somministrazione di
suramina, va attuato in regime di ospedalizzazione.
Molte speranze vengono riposte nell'eflornitina (a-difluorometilornitina),
che, secondo recenti osservazioni, sembrerebbe più efficace e sicura del
melarsoprol nella terapia dell'infezione da T. b. gambiense in fase
neurologica, e nel nifurtimox, che ha dato buoni risultati nel trattamento
di alcuni casi refrattari al melarsoprol.
vedi cartina
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