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Le permanenze ad elevate altitudini, specialmente praticando trekking, pongono speciali problemi; l’organismo si viene a trovare in condizioni di mancanza di ossigeno, basse temperature ed insolita attività fisica. E' pertanto necessario prendere opportune precauzioni.
  
Malattie collegate all'altitudine

Un controllo medico prima della partenza può evidenziare patologie che controindicano le camminate ad alta quota, in particolare:
coronaropatie (angina severa, infarto miocardico più recente di 4 settimane, limitata attività fisica a livello del mare), insufficienze cerebro-vascolari, malattie respiratorie (asma non controllabile, enfisema, pneumotorace spontaneo recidivante, pneumectomie, etc.), emopatie (drepanocitosi, etc.), epilessia non controllabile, diabete insulino-dipendente, malattie tromboemboliche, problemi dentari, mal di montagna acuto (MMA) o edema cerebrale o polmonare durante un precedente soggiorno ad alta quota.

L'età avanzata di per se stessa non è una controindicazione al trekking. In caso di dubbi sulle condizioni fisiche o di pregresso MMA è opportuno effettuare un test in condizioni di ipossia.
La montagna è pericolosa per la sua stessa natura tuttavia molti rischi possono essere evitati rispettando semplici regole. La prima è quella di non salire di quota troppo rapidamente (sopra i 3000 m. è meglio non salire per più di 300-500 mt. al giorno specialmente all’inizio).
Un’altra soluzione è quella di arrampicarsi in alto e dormire in basso in quanto una salita con andamento a denti di sega favorisce l’acclimatazione.
Altrimenti esistono rischi di edema cerebrale o polmonare fatali. Questo avviene, in genere fra i 3.000 e i 4.500 metri (o i 5.000 metri nell'Himalaya dove la ascesa è più graduale). Tuttavia, nei soggetti che raggiungono direttamente le alte quote dal livello del mare, possono comparire i sintomi già a 2.500 metri. Il migliore esempio è quello di La Paz (Bolivia) dove l'aeroporto è situato a 4.200 metri di altitudine, ma ne esistono anche altri elencati nella tabella sotto.

 

AFRICA AMERICHE
Nairobi (Kenya) 1.600 m Città del Messico (Messico) 2.300 m
Johannesburg (Sudafrica) 1.725 m Toluca (Messico) 2.680 m
Sanaa (Yemen) 2.175 m Pachuca de Soto (Messico) 2.426 m
Addis Abeba (Etiopia) 2.500 m Netzahualcoyotl (Messico) 2.278 m
   Puebla (Messico) 2.162 m
ASIA Guanajuato (Messico) 2.050 m
Kathmandu (Nepal) 1.200 m Bogotà (Colombia) 2.600 m
Kaboul (Afghanistan) 1.500 m Manizales (Colombia) 2.140 m
Srinagar (India) 1.800 m Quito (Ecuador) 2.850 m
Darjeeling (India) 2.265 m Cuzco (Perù) 2.304 m
Simla (India) 2.202 m Arequipa (Perù) 2.304 m
Sining (Cina) 2.240 m La Paz (Bolivia) 4.200 m
Leh (Ladakh) 3.200 m Sucre (Bolivia) 2.800 m
Lhassa (Tibet) 3.600 m Cochabamba (Bolivia) 2.558 m


Il mal di testa (96%), l’insonnia (70%), la spossatezza (50%), la perdita di appetito (40%) e la nausea (35%) sono segni di scarso adattamento all’altitudine (mal di montagna acuto) e possono essere seguiti da problemi più seri (edema cerebrale o polmonare). Se insorgono questi problemi (generalmente entro 4-8 ore dall'arrivo in quota) la ascensione va fermata immediatamente. Se i sintomi persistono, malgrado la sosta, il soggetto deve di nuovo scendere. La comparsa di sintomi respiratori (tosse, dispnea, cianosi) o neurologici (cefalea resistente all'aspirina o al paracetamolo, vomito, disturbi della coscienza o del comportamento, deterioramento delle funzioni mentali) riflette rispettivamente la comparsa di edema polmonare o di edema cerebrale e richiede l'immediata discesa a 500 metri. 
I meglio equipaggiati hanno anche altre possibilità: l'ossigenoterapia (bombole di ossigeno, ossigeno solido, camere iperbariche) è sicuramente il trattamento più efficace. Possono essere raccomandati anche alcuni farmaci come l'acetazolamide (250 mg per 2 giorni) per il mal di montagna acuto, la nifedipina (10 mg invece di 20 mg per 4 giorni) per l'edema polmonare e il desametasone (4 mg per 4 giorni) per l'edema polmonare e l'edema cerebrale. Se non è possibile effettuare una acclimatazione prima di arrivare in altitudine e se c'è una storia di mal di montagna acuto o una scarsa risposta al test all'ipossia, può essere effettuata una profilassi con acetazolamide (250 mg al mattino e alla sera) due giorni prima e due giorni dopo l'arrivo. L'acetazolamide è controindicata nei soggetti allergici alle sulfonamidi. Questa profilassi non è indicata nei viaggiatori che non hanno storia di malattie cardiovascolari o respiratorie e che dovrebbero acclimatarsi in una settimana circa.
Nei soggetti con difetti cardiaci o respiratori, anche se sotto controllo farmacologico, è necessaria una acclimatazione progressiva.
  
Modificazioni climatiche dovute all'altitudine
  

Le condizioni climatiche delle zone montuose e l’attività fisica trekking, rendono necessarie alcune precauzioni. L’alternanza di calore e irradiazione solare durante il giorno e di freddo e oscurità appena sopraggiunge la notte, impongono di munirsi di abiti di ricambio asciutti da indossare appena l’effetto del giorno termina.
Durante la notte, è opportuno creare un isolamento dal suolo con un materassino gonfiabile o di schiuma (leggero e poco ingombrante durante il trasporto) e utilizzare un sacco a pelo ben avvolgente per proteggersi dal freddo e riposare confortevolmente.
Le raccomandazioni sulla protezione dal sole devono essere seguite strettamente, poiché l'altitudine e la neve potenziano gli effetti della luce solare. E' necessario proteggere le parti del corpo esposte (specialmente le labbra) con un filtro solare.

Gli occhiali da sole preferibilmente adatti alle alte quote (ovvero capaci di filtrare l'85-95% delle radiazioni ultraviolette e, in particolare, gli UVB che possono danneggiare la retina) e con protezioni laterali sono fondamentali; specialmente per i soggetti con cataratta o con lesioni retiniche. Sulle lenti dovrebbero essere stampate lettere indicanti i gradi di assorbimento di UV: A e AB indicano un basso livello di assorbimento, mentre B (42-70%) e C (71-92%) indicano le lenti ideali. Gli individui con gli occhi chiari possono ussare un collirio protettivo (di solito 4-8 volte al giorno). Bisogna ricordare che i colliri devono essere usati entro 15 giorni dall'apertura del flacone. In assenza di protezione, la "cecità da neve" inizia con dolenia agli occhi, lacrimazione aumentata, arrossamento, senso di corpo estraneo nell'occhio e assoluta intolleranza alla luce. Poiché il disturbo interferisce con la funzione visiva, il paziente dovrà rimanere al buio finché i sintomi non scompaiono.
I praticanti del trekking spendono moltissime energie e devono essere preparati prima della partenza. L’uso di calzature adeguate è fondamentale: le scarpe devono essere leggere e flessibili, debbono coprire le caviglie ed essere allacciate strettamente. 
L’igiene dei piedi è importantissima, è possibile evitare le vesciche utilizzando cerotti adesivi sui punti di sfregamento (talloni, alluci e collo del piede). I piedi devono essere lavati alla fine di ogni giornata e, se possibile, debbono essere saltuariamente aerati durante il giorno.

Il cibo e le bevande devono essere adeguate al fabbisogno energetico e alla perdita di liquidi dovuta alla escrezione fisica alle alte quote, alle temperature basse e alle condizioni di freddo ed umidità: per esempio, ad una altezza di 4.000 metri i praticanti di trekking che camminano per 6-8 ore, devono bere 4-5 litri di acqua. E' necessario assumere una bevanda (se possibile calda e dolce) ad ogni fermata piuttosto che aspettare di sentire la sete. Un tè leggero è perfetto. I pasti debbono essere distribuiti lungo l'arco della giornata e debbono essere integrati con prodotti altamente energetici; i pasti più importanti sono la colazione e la cena. E' meglio mangiare prima di sentire lo stimolo della fame.
La prevenzione del congelamento è particolarmente importante. Il congelamento è favorito dal freddo intenso, dall'umidità, dal vento e dall'ipossia. Il freddo e il vento possono essere combattuti con vestiti adeguati (guanti di seta, di lana o di pelliccia sintetica, muffole, calze di seta e di lana e scarpe adatte) e mantenendosi asciutti (asciugare e aerare i piedi, vestire soprabiti di GORE-TEX che tengono lontani vento e pioggia).
Se insorgono congelamenti, l'area colpita dovrebbe essere riscaldata gradualmente immergendola in acqua a 44°C (o sotto le ascelle se sono colpite le dita); non bisogna mai strofinare o grattare le zone colpite, ma soffiare su di esse. Soprattutto, è necessario indossare abiti caldi, trovare ripari e bere liquidi caldi. Se sono colpiti i piedi è meglio aspettare di raggiungere un riparo (una tenda, un rifugio di montagna, etc.) prima di cominciare a riscaldarli, altrimenti potrebbe essere difficile indossare di nuovo le calzature a causa dell'edema.