Molti
animali posseggono ghiandole del veleno
che secernono sostanze di cui si servono per paralizzare o uccidere le
prede prima di cibarsene o per difesa contro i predatori. Pur non essendo
di regola aggressivi nei confronti dell'uomo, se vengono calpestati o
disturbati, o se avvertono la presenza umana come minacciosa per la prole,
si difendono mordendo o pungendo l'intruso ed inoculandogli il liquido
velenoso. Questo agisce di solito localmente (per lo più come
necrotizzante), ma in alcuni casi può anche provocare un avvelenamento
generale.
I più noti, tra gli animali velenosi, sono scorpioni, ragni, api, vespe,
centopiedi e serpenti, ma anche formiche, farfalle, cantaridi e numerosi
animali marini possono recare danno a chi, casualmente, venga a contatto
con loro.
SCORPIONI
Sono aracnidi (subphylum Chelicerata, ordine
Scorpionida) diffusi nelle zone tropicali, subtropicali e temperate di
tutti i continenti. Se ne conoscono circa 800 specie. Vivono in
nascondigli umidi - per lo più sotto i sassi, nei muri di pietra o in
gallerie poco profonde scavate nel terreno - dai quali escono di notte per
catturare le prede (insetti, ragni, altri scorpioni, etc.) di cui si
nutrono. Sull'ultimo segmento caudale presentano un aculeo (detto
velenifero) collegato a due ghiandole del veleno, con il quale pungono la
preda e le inoculano il liquido ad azione paralizzante. Le loro
dimensioni, varianti dai 2 ai 20 cm circa, non sono correlate, in termini
di proporzionalità, all'intensità dell'effetto tossico.
Alcune specie, appartenenti ai generi Centruroides, Androctonus,
Tityus, Leinus e Buthus, diffuse soprattutto nelle
regioni meridionali del Nord America, nell'America Centrale e meridionale,
in Africa, in Medio Oriente ed in Asia, posseggono un veleno nettamente
più
tossico rispetto a molte altre, ma il danno che possono infliggere
all'uomo dipende anche
dalla reattività del soggetto colpito e dal suo
peso, che condiziona la concentrazione del veleno stesso nell'organismo.
In genere, la puntura degli scorpioni
sopra menzionati provoca localmente, oltre ad un intenso dolore urente, la
comparsa di una reazione infiammatoria o di una lesione di tipo
necrotico-emorragico, ma non mancano casi in cui è seguita da fenomeni
neuro e cardiotossici, a volte di tale gravità da risultare letali.
In Italia vivono poche specie del genere Euscorpios, praticamente
inoffensive per l'uomo. Nella maggior parte dei casi gli effetti
lesioni
necrotico-emorragiche con pronunciata reazione edemantosa,
da punture di scorpione.
della loro puntura sono paragonabili a
quelli della puntura di un vespide in un soggetto normosensibile.
I
ragni sono aracnidi (subphylum Chelicerata, ordine Araneae) presenti in
quasi tutti gli habitat del pianeta, dai deserti alle paludi ed alle
foreste, dalle pianure fertili all'alta montagna, e così via. Delle oltre
40.000 specie conosciute, solo poche sono temibili per l'uomo a causa del
loro veleno, anche perché hanno in prevalenza abitudini notturne e sono
in genere molto schive. Si nutrono soprattutto di insetti, che possono
catturare attivamente (ragni vaganti) oppure servendosi di tele fisse
(ragni sedentari).
Lactrodectus
mactans (vedova nera)
Le specie di maggiore interesse sanitario appartengono ai generi Lactrodectus
e Loxosceles. Il morso della femmina di Lactrodectus mactans
(ben nota come "vedova nera"), diffuso dal Canada a quasi tutto
il Sud America, è da temere perché può dar luogo, oltre che a dolore
puntorio acuto, edema e lesioni necrotiche (che all'inizio si presentano
per lo più come fittene) variamente estese a carico della regione cutanea
colpita, anche a sintomi tossici generali quali spasmi muscolari,
coagulazione intravascolare disseminata, agitazione e dispnea
ingravescente, talvolta ad esito letale.
Questo ragno velenoso è comunque cosmopolita e presente, quindi, anche in
Europa. Nel nostro paese si rinviene una particolare sottospecie di vedova
nera, L. mactans tredecimguttatus, nota anche come "malmignatta"
o "ragno volterrano", che vive di preferenza in campagna, tra i
sassi e le sterpaglie, spesso attorno ai campi di grano, per cui sono
soprattutto i contadini ad essere vittime occasionali del suo
morso, che
però non produce quasi mai le più gravi conseguenze imputabili al suo
parente americano.
La vedova nera nostrana, di circa 1 cm, di colre nero
lucido, con corpo globoso e - come indica il suo stesso nome - tredici
piccole macchie rosse sulla superficie dorsale dell'addome, è più comune
in Maremma, in Liguria, nel meridione d'Italia e nelle isole, dove spesso
le popolazioni locali lo identificano erroneamente come
"tarantola" e dove alcuni dei sintomi provocati dal suo morso
(gli spasmi muscolari e l'agitazione) si ricollegano alla tradizione
magico-religiosa del "tarantismo" e, forse, anche a quella
ludico-popolare della "tarantella". Il nome
"tarantola" andrebbe invece attribuito ad un altro ragno, Lycosa
tarentula, di dimensioni molto maggiori (fino a 3 cm), presente in
gran parte delle regioni italiane ma più diffuso nelle stesse zone
predilette dalla vedova nera, che vive in campagna, nei campi o attorno ad
essi, ed il cui morso, debolmente velenoso, non procura quasi mai danni
significativi.
Un quadro di notevole gravità può essere provocato anche dal morso delle
specie più temibili di Loxosceles, molto comuni in buona parte del
continente americano, dalle regioni meridionali degli Stati Uniti
all'Argentina ed al Cile. Questo piccolo ragno (1-1,5 cm), dal corpo
rivestito di peluria giallo-bruna, è presente anche in Europa con alcune
specie meno pericolose di quelle americane. Ad onor del vero, anche il
loro morso è teoricamente temibile, ma il timidissimo comportamento che
esse manifestano ha finora minimizzato i rischi.
Un ragno che ha dimostrato una certa aggressività nei confronti dell'uomo
ed il cui morso può dar luogo sia a lesioni cutanee ad impronta necrotica
che a fenomeni neurotossici, è Chiracanthum punctorium, molto
diffuso in Sud Africa, USA, Nuova Zelanda, Corea e Giappone, ma presente
anche in Europa, Italia compresa. Essendosi rivelato non aggressivo in
laboratorio, si ritiene che lo diventi quando depone le uova, per
difendere la prole.
escare
su lesioni da morsi di Loxosceles laeta in
via di risoluzione
Infine, alcune specie che si rinvengono nei giardini e nelle abitazioni,
quali Segestria fiorentina (ragno minatore), Araneus diadematus
(ragno crociato), Dolomedes fimbriatus (ragno zattera) e
soprattutto varie specie di Tegenaria (ragno delle case) possono
occasionalmente aggredire l'uomo, quando molestate o intrappolate, ma
senza altre conseguenze che un dolore lieve e fugace nella sede del morso.
Questi
artropodi (classe Chilopoda), di cui sono descritte circa 3000 specie,
hanno corpo allungato ed appiattito dorso-ventralmente, costituito da un
numero variabile di segmenti ciascuno dei quali dotato di un paio di
zampe.
Scolopendra
morsitans (a sinistra) e millepiedi tropicale (a
destra)
Quelle del primo segmento sono particolarmente robuste e modificate
a formare una tenaglia (forcipula). All'apice di tali appendici sbocca il
dotto della ghiandola del veleno. Presenti in tutte le zone tropicali,
subtropicali e temperate del mondo, vivono di giorno nascosti sotto sassi,
tronchi, legname, etc. ed escono di notte per procurarsi il cibo,
rappresentato da altri artropodi e, a volte, anche da piccoli vertebrati,
che uccidono rapidamente con il veleno.
L'uomo può subire occasionalmente l'attacco di vari chilopodi, tra cui Lithobius,
Geophilus e soprattutto Scolopendra, molto diffusa in Europa ed
anche nel nostro paese, di dimensioni fino a 25 cm (le specie tropicali),
dotata di 21 paia di zampe. Le conseguenze, se il soggetto non è
ipersensibile al veleno, sono essenzialmente locali - con dolore acuto,
edema e, spesso, lesioni di tipo necrotico-emorragico - e risultano più
serie nei bambini. Sono stati descritti casi di espulsione di centopiedi
dall'ano, dalle vie urinarie e dalle narici, ascrivibili verosimilmente a
falso parassitismo.
I centopiedi non vanno confusi con gli innocui millepiedi (Diplopodi), in
genere molto più piccoli (ma non alcune specie tropicali), con il corpo
pressoché cilindrico costituito da doppi segmenti ciascuno dei
quali
dotato di due paia di zampe. Se ne conoscono oltre 7000 specie, in
prevalenza vegetariane. Anche ai millepiedi si attribuisce la secrezione
di un veleno, ma si tratta in realtà di un liquido prodotto da ghiandole
repugnatorie, contenente fra l'altro anche cianuro, che essi emettono da
una serie di fori presenti sui lati del corpo per tener lontani i
predatori. tale secreto può essere tutt'al più leggermente irritante per
la pelle umana integra.
Lepidotteri
Le larve (bruchi) di alcune farfalle hanno il corpo ricoperto da peli e
spine, che in parte sono, per difesa, velenosi. Se vengono a contatto con
la cute umana, questi annessi orticanti possono indurre manifestazioni
irritativo-infiammatorie locali, spesso a carattere pomfoide, cui talora
si associano disturbi generali (malessere, nausea, cefalea, etc.).
Il caso più noto è quello delle processionarie del pino, della quercia,
etc. (genere Thaumatopoea), i cui peli, trasportati dal vento, sono
stati individuati come causa scatenante di reazioni infiammatorie a carico
dell'occhio, di altre mucose e della cute.
Coleotteri
Nel corpo di Lytta vescicatoria (cantaride o mosca spagnola, di
colore verde metallico con riflessi dorati, diffusa sulle latifoglie di
tutta Europa) e di altri insetti della stessa famigli è contenuta una
sostanza, la cantaridina, che un tempo veniva estratta per essere
utilizzata in terapia esterna come vescicante e cheratolitico.
Se questi coleotteri meloidi, accidentalmente o nell'ambito di pratiche
terapeutiche primitive, vengono schiacciati sulla cute o su una superficie
mucosa, la cantaridina che ne fuoriesce può esplicare localmente la sua
azione citolitica, che, se trattasi di cute, resta comunque confinata agli
strati epidemici e non lascia cicatrice.
Imenotteri
Nel veleno di numerosi Apidi (soprattutto Apis mellifera nel nostro
paese) e Vespidi (soprattutto, in Italia, Vespa crabro o calabrone,
Polistes gallicus o vespa nostrana ed altre vespe del genere Vespula),
oltre a sostanze dotate di tossicità primaria, sono presenti sostanze
antigenicamente attive, cioè in grado di sensibilizzare chi venga punto,
casualmente o per motivi professionali (agricoltori, allevatori,
apicoltori). Questi insetti posseggono all'apice dell'addome un apparato
pungitore, connesso a ghiandole velenigene, che, in occasione della
puntura, viene lasciato infisso nella cute insieme al segmento addominale;
tale segmento, continuando a contrarsi, prolunga l'inoculazione del
veleno.
Mentre in individui normosensibili il danno indotto dalla puntura risulta
limitato a un dolore acuto e ad una reazione eritemato-edematosa nella
sede colpita, in soggetti ipersensibili si sviluppa un quadro da
immunoreazione di tipo I o reaginico, con manifestazioni che possono
variare da un'orticaria acuta all'angioedema (peraltro spesso associati),
all'asma bronchiale ed al temibilissimo shock anafilattico, che richiede
un intervento terapeutico d'urgenza.
Di interesse sanitario sono anche alcuni Imenotteri Aculeati appartenenti
alla famiglia dei Betilidi, di aspetto e dimensioni simili a quelli di una
piccola formica (2-4 mm), spesso atteri, dotati di un
femmina di
Scleroderma domesticum
sottile aculeo e di
ghiandole velenigene, attivi ed agili cacciatori di larve di Coleotteri e
Lepidotteri.
Alcune specie dei generi Scleroderma e Cephalomonia
sono frequenti nelle abitazioni in quanto parassitano le larve di
Coleotteri presenti nei mobili (tarli del legno), nei libri, nelle
poltrone, etc. In particolare, la femmina di Scleroderma domesticum
si insinua nelle gallerie scavate nel legno dalle larve in questione e,
raggiunta la preda, la paralizza con numerose punture velenose. A questo
punto, prima si nutre della sua emolinfa attraverso piccole ferite e poi
depone in queste brecce le uova. Le larve che ben presto ne usciranno si
nutriranno anch'esse dell'emolinfa e dei tessuti della vittima, per un
certo tempo ancora viva, per abbandonare poi la spoglia ormai vuota.
In difetto delle prede abituali, le aggressive ed attivissime femmine di S.
domesticum possono pungere l'uomo, sia di giorno che di notte, per lo
più nel periodo primaverile-estivo. Le punture interessano con maggior
frequenza le regioni cutanee coperte, sono spesso multiple e provocano un
dolore acuto urente, seguito da una reazione eritemato-infiltrativa locale
che si risolve spontaneamente in una decina di giorni. Tuttavia, in
soggetti ipersensibili possono aversi manifestazioni di tipo orticario, ed
anche una sintomatologia sistemica con febbre, malessere generale, nausea
ed irrequietezza che in genere regredisce in un paio di giorni.
Altre specie segnalate come responsabili, nelle abitazioni, di punture a
danno dell'uomo sono S. abdominalis e Cephalomonia benoiti.
Anche le femmine attere di Mutilla europaea, una formica largamente
diffusa in Europa, Italia compresa (con la più alta densità in
Sardegna), sono dotate di un aculeo retrattile connesso a ghiandole del
veleno e possono pungere occasionalemte l'uomo, con conseguenze
comparabili a quelle della puntura dei Betilidi.
Psocotteri
Numerosi casi di eruzioni cutanee eritemato-pomfoidi o eritemato-papulose,
accompagnate da intenso prurito, sono state attribuite a questi minuscoli
insetti, volgarmente detti "pulci del legno". I generi chiamati
in causa sono Liposcelis, di frequente riscontro nelle biblioteche,
Ectopsocus, molto comune nei giardini alberati e nelle abitazioni
vicine, e Trogium, ben noto come "pidocchio dei libri".
Poiché ripetuti tests allergologici con materiali ottenuti da tali
Psocotteri hanno dato esito negativo, alcuni ritengono che le
manifestazioni cutanee sopra descritte siano dovute al morso dell'insetto.
sostanze
efficaci ma da usare in fretta, subito dopo la puntura
il
freddo
una borsa di ghiaccio
o anche semplicemente un cubetto di ghiaccio posto sopra la
puntura possono bloccare il gonfiore e impedire al veleno di
diffondersi.
il caldo
paradossalmente, anche
il caldo può farvi bene perché neutralizza una delle sostanze
chimiche che provocano l'infiammazione. Basta prendere un
asciugacapelli e dirigere il getto sulla puntura.
Aspirina
una delle cose più
semplici e più efficaci che potete fare è applicare aspirina
sulla zona colpita. Bagnate la puntura, poi strofinateci sopra una
compressa di aspirina. L'aspirina neutralizza alcune delle
sostanze infiammatorie del veleno. Attenzione: questo trattamento
non va applicato a chi è allergico o sensibile all'aspirina.
bicarbonato
applicare sulla
puntura una pasta di acqua e bicarbonato
carbone
attivo
una pasta di carbone
attivo in polvere e acqua assorbe rapidamente il veleno, per cui
la puntura non si gonfia e non fa male. Aprite con precauzione
qualche capsula di carbone e fatene uscire la polvere. Inumiditela
con l'acqua e applicatela alla puntura. Coprite con garza o anche
con un foglio di plastica: il carbone funziona meglio se è tenuto
umido.
argilla
se non avete
nient'altro sottomano, mescolate un pò di terra argillosa e di
acqua fino ad ottenere una pasta fangosa. Applicatela come il
carbone, coprite con una benda o un fazzoletto, e lasciate in
posizione finché l'argilla non si asciuga.
ammoniaca
a volte l'ammoniaca
che avete in casa raggiunge il suo scopo; se funziona, il dolore
passa molto in fretta. Distribuitela sulla puntura. Per le gite
all'aperto potete comprare in farmacia prodotti in stick che
contengono ammoniaca.
La prevenzione, naturalmente, può risparmiare molti fastidi:
vestitevi di bianco o comunque di un colore chiaro ma non sgargiante.
Gli insetti che pungono preferiscono i colori scuri;
attenti ai profumi. Evitate i profumi, dopobarba e qualsiasi altra
fragranza che possa far si che l'insetto vi scambi per un fiore colmo di
nettare;
aumentate il vostro consumo di zinco. Pare che gli insetti siano
attratti dalle persone che hanno carenza di zinco. E' consigliabile
aumentare il consumo di zinco solo con l'approvazione e la supervisione
del vostro medico;
correte al riparo! Se siete inseguiti da un'orda di vespe correte al
chiuso o tuffatevi nell'acqua, oppure dirigetevi nel folto di un bosco.
Gli insetti hanno difficoltà a seguire la preda nell'intrico della
vegetazione.
Sono ectoparassiti
temporanei (raramente stazionanti), ematofagi dallo stadio di larva a
quello di adulto, che possono aggredire, oltre a molti altri vertebrati,
anche l'uomo.
In Italia, le specie identificate sull'uomo (in seguito ad asportazione
soprattutto dal capo e dagli arti) sono Ixodes ricinus, I.
gibbosus, I. hexagonus, Haemaphysalis punctata, hae.
sulcata, Dermacentor marginatus, Rhipicephalus sanguineus
e Hyalomma marginatum, appartenenti al gruppo delle zecche
"dure" (Ixodidae). Nelle abitazioni sono ivnece state rinvenute
le specie Argas reflexus, A. persicus, A. transgariepinus
e Ornithodoros coniceps (Argasidae), dette zecche
"molli". Le zecche del primo gruppo sono definite
"dure" perché presentano un ispessimento della cuticola (scudo
dorsale rigido che copre tutto il corpo del maschio e solo la parte
anteriore di quello della femmina), che invece è totalmente assente nel
secondo gruppo.
La specie Ixodes
ricinus riveste notevole importanza epidemiologica per la
duplice circostanza di essere implicata nella trasmissione di
numerosi agenti patogeni e di avere un'ampia diffusione sia in
Europa (con un areale compreso tra le regioni più meridionali di
Norvegia, Svezia e Finlandia a nord, la regione maghrebina a sud,
le coste bagnate dall'Atlantico ad ovest e la catena degli Urali
ad est), sia in Italia, dove è stata segnalata in quasi tutte le
regioni, ma con frequenza tendenzialmente decrescente da quelle
settentrionali a quelle meridionali (in queste ultime risulta
spesso sostituita da un'altra specie: I. gibbosus).
Argasidae,
esemplare di zecca molle
Ixodus
ricinus, esemplare di zecca dura
Le zecche pongono un
problema speciale perché affondano il rostro nella pelle e non mollano
più la presa. Tirarla fuori a forza lascia attaccato il rostro che può
provocare un'infezione.
La puntura delle zecche è diversa da quella degli insetti: la saliva
inoculata digerisce i tessuti provocando la rottura di capillari ematici e
linfatici; questa digestione è rapida nel caso delle zecche
"molli" e più lenta per quelle "dure". Si produce
quindi un danno locale di tipo traumatico, specialmente quando si tenti di
rimuovere il parassita mentre si nutre (le Ixodidae producono anche un
"manicotto ialino" che le aiuta a fissarsi meglio sull'ospite
durante il lungo pasto di sangue). Numerose specie hanno particolare
importanza in quanto vettrici di patogene responsabili di malattie
gravi ed a volte letali quali tularemia, febbri ricorrenti, malattia di
Lyme, febbri maculose, febbre bottonosa, febbre Q, ehrlichiosi,
encefaliti, babesiosi, theileriosi, etc.
E' la
rickettsiosi oggi la più frequente patologia in Italia, trasmessa
principalmente dalla zecca del cane (Rhipicephalus sanguineus).
Il maggior serbatoio dell'infezione è di certo il cane, ma altre
possibili fonti sono rappresentate da roditori e bovini. L'agente
eziologico è Rickettsia conori. La malattia è più comune
d'estate e lungo i litorali (soprattutto delle isole maggiori). La
diagnosi è orientata all'anamnesi (permanenza in zone di endemia)
e dal riscontro di una tipica ulcerazione nerastra (tâche
noire) in corrispondenza della puntura della zecca,
localizzata per lo più agli arti inferiori. Il decorso,
caratterizzato da febbre elevata e da un esantema maculo-papuloso,
è in genere benigno, ma può essere abbreviato da un tempestivo trattamento antibiotico.
zecca in atto
di concentrare il sangue assunto
Le zecche, che possono essersi infettate attraverso pasti di sangue
consumati su specie
animali anche molto lontane dall'uomo (selvatiche),
sono spesso in grado di trasmettere tali microrganismi per via
transovarica alla prole.
In generale, si può affermare che le zecche "molli" sono
maggiormente legate alla trasmissione delle febbri ricorrenti da
spirochete, mentre quelle "dure" sono vettrici di una più vasta
gamma di agenti infettanti (spirochete, rickettsie, altri batteri, virus,
protozoi e nematoidi). Questi artropodi, inoltre, mentre si nutrono,
concentrano il sangue succhiato eliminando acqua ed ioni residui
attraverso la saliva (Ixodidae) o le ghiandole coxali (Argasidae). Sembra
che ciò renda alcune Ixodidae (Dermacentor, Ixodes) capaci
di inoculare con la saliva anche sostanze neurotossiche di origine ovarica,
in grado di provocare la cosidetta paralisi da zecche, una paralisi
ascendente acuta di tipo flaccido, che può anche essere mortale.
Ecco qualche sistema delicato per far
mollare la presa alla zecca:
tiratela fuori con
dolcezza. Prendere un paio di pinzette e estrarre la zecca con
molta calma. Non tirate troppo in fretta. Se questa operazione non
riesce, provate ad applicare un pò di calore al dorso della zecca:
accendete un fiammifero e toccate la zecca con la capocchia. Il calore
può incoraggiarla a mollare;
irritatela. Una
goccia di benzina, di kerosene, di etere, di petrolio o di alcool
fatta cadere all'incirca sulla testa della zecca la convince ad
allentare la presa. Ma siate pazienti, possono volerci anche dieci
minuti. Attenzione: queste sostanze sono infiammabili, quindi non
usatele quando c'è in giro un fiammifero acceso;
soffocatela. una
variazione di questa tecnica è coprire la zecca con una goccia di
paraffina o di smalto per le unghie. Queste sostanze sigillano le
piccole aperture per la respirazione sui fianchi della zecca e la
soffocano;
Una volta tolta la zecca
lavate l'area della puntura con acqua e sapone, poi applicate tintura di
iodio o qualche altro antisettico per proteggervi dalle infezioni.
Giugno e luglio sono l'alta stagione per le zecche, che però sono un
pericolo dall'inizio della primavera fino all'autunno.
Se passate del
tempo all'aperto, soprattutto in zone di boschi o di erba alta, o di dune
erbose, prendete queste precauzioni:
un modo per scoprire se ci sono zecche in giro, è legare a una corda un
pezzo di flanella bianca e tirarsela dietro nell'erba e nel sottobosco.
Controllatela spesso: se ci sono zecche aderiranno al tessuto;
se siete in una zona di zecche tenete la pelle al coperto più che
potete. Questo significa pantaloni lunghi, maniche lunghe e calze lunghe;
prima di andare a dormire controllate se vi è rimasta addosso qualche
zecca. Alcune specie sono molto piccole e potreste non vederle se non con
molta attenzione.
In
molti paesi tropicali i serpenti velenosi rappresentano un problema
sanitario di rilievo sotto il duplice profilo della medicina dell'uomo e
di quella veterinaria. Basti pensare che nel
subcontinente indiano il
morso dei serpenti velenosi costa ogni anno alle popolazioni circa 20.000
vite umane, oltre ad un numero imprecisato di animali domestici, e che
nell'Africa occidentale si calcola un numero annuale di decessi ancora
più elevato.
I serpenti velenosi sono presenti in tutti i continenti. Solo tre paesi
insulari (Irlanda, Madagascar e Nuova Zelanda) ne sono privi.
Con una certa approssimazione si può affermare che in Europa e
nell'Africa settentrionale la maggior parte delle lesioni inflitte
all'uomo da tali animali sono dovute alle vipere, nell'Africa tropicale
sia alle vipere che ai cobra, in Asia più ai cobra che alle vipere e
nelle Americhe soprattutto ai crotali (serpenti a sonagli).
Gli unici serpenti velenosi presenti in Italia appartengono al genere Vipera
(famiglia Viperidae), con le seguenti quattro
specie:
Vipera aspis
(aspide o vipera comune): lunga 55-65 cm, si rinviene su tutto il
territorio nazionale, ad esclusione della Sardegna.
Vipera berus
(marasso palustre): lunga 50-60 cm, appare abbastanza uniformemente
distribuita in tutta l'Italia settentrionale, dalla pianura alla zona
alpina.
Vipera ammodytes
(vipera dal corno): lunga fino a 90 cm, il suo areale sembra limitato
al Trentino-Alto Adige, al Friuli-Venezia Giulia ed al Bellunese, con
massima densità sull'altopiano del Carso.
Vipera ursinii (vipera
di Orsini): lunga 50 cm, vive in Abruzzo, quasi esclusivamente sul
versante orientale del Gran sasso.
In realtà, nel nostro paese
è presente anche un altro serpente velenoso, diffuso in tutta l'Europa
meridionale: è il colubride Malpolon monspessilanus (colubro
lacertino o di Montpellier), lungo circa 2 metri. Il suo veleno è
teoricamente pericoloso, ma la posizione dei denti veleniferi è così
arretrata da renderne pressoché impossibile l'inoculazione nell'uomo e
negli animali di grossa taglia.
Va ricordato che le vipere sono rettili molto schivi e che, nei confronti
dell'uomo e dei grandi animali, l'azione del mordere non ha un significato
aggressivo ma difensivo. In effetti, il morso velenoso è l'unica arma
realmente efficace di cui esse dispongono per la sopravvivenza, essendo
troppo lente negli spostamenti per sottrarsi ai nemici con la fuga e
possedendo inoltre un udito molto debole (ma a quest'ultima carenza
sopperiscono in parte con una fine percezione delle vibrazioni del terreno
all'avvicinarsi sia delle possibili prede che dei potenziali nemici).
L'efficacia del morso è dovuta alla sua fulmineità ed al perfetto
sincronismo tra la penetrazione dei denti veleniferi nei tessuti della
vittima e l'inoculazione del veleno. Da quanto si è detto emerge comunque
che, se nei luoghi in cui l'incontro con le vipere è ritenuto possibile
ogni persona osservasse alcune elementari norme di prudenza, il rischio di
subire il morso di questi animali sarebbe molto remoto.
Il veleno dei serpenti, secreto da due ghiandole preposte a questa
specifica funzione, ciascuna delle quali connessa da un dotto a un dente
velenifero canalicolato e spesso articolato, è costituito da un complesso
di molecole proteiche, enzimatiche e non, e di tossine polipeptidiche.
Queste ultime, a seconda della prevalente azione tossica esplicata da una
o più di esse, conferiscono al veleno un suo proprio profilo di
tossicità. Così, ad esempio, mentre nel veleno di cobra prevalgono le
neurotossine, che agiscono rapidamente sul sistema nervoso ed in
particolare sul centro respiratorio, per cui la vittima va incontro ad
insufficienza respiratoria e può soccombere per asfissia, le emotossine
del veleno di vipera o di crotalo agiscono sull'apparato cardiovascolare,
danneggiandone soprattutto la componente capillare, sulle cellule del
sangue e sul sistema emocoagulativo.
Il morso della vipera - oltre al dolore, sempre intenso - provoca un
cospicuo edema nella regione offesa (la sede del morso è identificata
dalle ferite pressoché puntiformi lasciate dai denti veleniferi del
rettile). In molto casi si formano alcune flittene, mentre è meno
frequente la comparsa di necrosi ed emorragie.
Una sintomatologia sistemica con cefalea, malessere generale, astenia,
polso irregolare, abbondante sudorazione, etc. non manca quasi mai e può
prolungarsi, attenuandosi lentamente, per un paio di giorni. Nei casi a
decorso più grave, non frequenti nel nostro paese, si aggiungono più
marcati segni di cardiotossicità, manifestazioni emorragiche, torpore e,
a volte, shock irreversibile. Il laboratorio ha dimostrato, qualche volta,
il tipico pattern della coagulazione intravascolare disseminata.
Numerosi e zoologicamente
diversissimi sono gli animali marini che possono infliggere all'uomo danni
dovuti alle sostanze velenose di cui sono provvisti per la cattura delle
prede e/o per la difesa.
Per quanto riguarda i Celenterati, è ben noto come il contatto con i
tentacoli delle meduse
presenti nei nostri mari provochi lesioni
orticariche lineari dolorose, ma di breve durata. Queste lesioni sono
dovute a scariche di nematocisti, cioè di strutture capsulari filamentose
contenenti sostanze ad azione orticante e/o tossica che vengono emesse da
cellule specializzate (cnidoblasti) dei tentacoli.
In alcune specie di meduse - come Carukia barnesi e Chironex
fleckeri, entrambe stanziali nei mari australiani - la tossicità
delle nematocisti è tale da indurre manifestazioni
sistemiche gravi (cardiotossiche
nel caso di Chironex), a volte anche ad esito letale. Anche le
attinie (anemoni di mare) possono essere causa di reazioni cutanee
orticarioidi.
Ecco che cosa fare se vi capita un incontro con queste
creature marine.
Sciacquatevi! Sciacquate
immediatamente l'area dolorante con acqua salata; non usate acqua
dolce, che attiverebbe le cellule urticanti non ancora rotte. Per la
stessa ragione, non sfregate la pelle.
Neutralizzate le cellule
urticanti. Alleviate il dolore sciacquando l'area con una delle
sostanze indicate di seguito. Prima agite meglio è. Ma anche in
questo caso il sollievo può durare solo un'ora o due, quindi
riapplicate il liquido quando occorre; Alcol - distribuite dell'alcool sulle zone interessate. Anche
se è meglio usare l'alcol denaturato, potete usare vino, liquori o
qualsiasi altro liquido alcolico che abbiate sottomano; Aceto - si raccomanda di mettere aceto sulla lesione appena
potete. Non sarebbe male portarsi una bottiglia di aceto ogni volta
che andate in spiaggia; Ammoniaca - anche l'ammoniaca è efficace. Un vecchio trucco
delle popolazioni marine è tamponare la zona con l'urina della
persona lesionata.
Se ci sono tentacoli
attaccati alla pelle è il momento di toglierli. Però, naturalmente,
non toccateli con le mani nude. Usate una di queste tecniche.
- Proteggetevi le mani con un panno o un tovagliolo di carta;
- usate della crema da barba e radete via i tentacoli con dolcezza;
- se questo non è pratico, applicate una pasta di sabbia ed acqua
salata; poi grattate via i tentacoli con un coltello, una carta di
credito di plastica o qualche altro strumento affilato;
- potete anche applicare una pasta di bicarbonato e acqua di mare,
procedendo poi come sopra.
Curare i sintomi.
Provvedete al bruciore e all'infiammazione con medicinali specifici:
- date sollievo alla pelle bruciante con degli antistaminici;
- riducete il gonfiore con una crema all'idrocortisone;
- se il dolore persiste prendete un antidolorifico.
Fate un'antitetanica.
L'acqua di mare ripulisce la zona della lesione, però non sterilizza
le ferite. Assicuratevi che la vostra vaccinazione antitetanica sia
ancora valida.
Tra i Molluschi,
i Neogasteropodi del genere Conus, che colonizzano le barriere
coralline tropicali, sono dotati di un rostro che proiettano "a
dardo" nei tessuti della vittima ed attraverso il quale inoculano
in profondità il veleno. Nell'uomo la puntura provoca, oltre ad un
forte dolore e ad un cospicuo edema locale, anche allarmanti sintomi
neurotossici. Seri disturbi neurologici possono essere causati anche
dal morso di un cefalopode abbastanza comune nei mari australiani, Octopus
maculosus, fornito di un grosso e solido "becco".
Infine, è degno di menzione che in mitili ed ostriche possono, in
certe condizioni, accumularsi sostanze tossiche. Non si tratta però
di un veleno in senso stretto ma di tossine termostabili prodotte da
protozoi di cui questi molluschi si nutrono. Quindi, se ingeriti
dall'uomo, possono dar luogo a turbe neurologiche di gravità assai
variabile, che in qualche caso sfociano in una sindrome paralitica con
insufficienza respiratoria irreversibile.
Alcune centinaia di specie di Pesci sono provviste di aculei o
spine connessi a ghiandole produttrici di sostanze irritanti che, se
inoculate nella cute umana, sono responsabili di dolore acuto, edema
e, a volte, necrosi circoscritte. E' il caso di vari pesci comuni nei
nostri mari (razza, pesce-ragno, pesce-gatto, scorfano, etc.) e di
molti pesci dimoranti nei mari tropicali, come il pesce-pietra ed i
grandi dasiatidi, possono indurre una sintomatologia generale di tipo
prevalentemente cardio e neurotossico, sovente con convulsioni e
shock.